Proteina anti-tumori, Brevetto e Ricerca nascono in Ateneo

«Ho studiato a lungo una proteina. Si chiama BAG3 (bag in inglese vuol dire borsa). Arturo Leone, professore di biochimica, l’aveva isolata e cominciata a studiare in relazione allo stress cellulare. La mia angolazione è diversa: mi sono sempre interessata alla morte cellulare. Nel 2000 ho iniziato a lavorare con Leone ed abbiamo verificato che la proteina BAG3 è presente in molte forme tumorali e che se viene eliminata con tecniche di biologia molecolare, il tumore muore. Perchè si tratta di una proteina che sostiene la sopravvivenza della cellula: anche di quella neoplastica, tumorale. Ma, nel 2005, il professor Leone scompare improvvisamente per una embolia». Un velo di tristezza accompagna il racconto di questa incredibile scoperta tutta campana, italiana, nelle parole di Maria Caterina Turco, professore di biochimica della dell’Università di Salerno e presidente della società Biouniversa, uno spin off accademico nato da pochi mesi. Come si individua questa cellula? «Abbiamo sviluppato una serie di reagenti sia per scoprirla che per colpirla. Stiamo focalizzando la nostra ricerca sul tumore del pancreas perchè si diagnostica solo quando è già sviluppato. Abbiamo messo a punto un test diagnostico per BAG3: se mediante il test del sangue scopriamo che questa proteina è aumentata, si indaga sul pancreas». Come si chiama questo test? «Si chiama Elisa, ed è la metodica per BAG3. L’espressione della proteina BAG3 ed il suo ruolo nel sostenere la sopravvivenza cellulare hanno importanti implicazioni in alcune patologie oncologiche, cardiovascolari, degenerative ed autoimmuni. E qui sta lo scopo dello spin off». La professoressa Turco descrive con entusiasmo la scoperta, la costruzione dello spin off e di Biouniversa. «Il nostro obiettivo è trasferire il test Elisa dai banchi dei laboratori a quelli degli ospedali, standardizzando il prototipo dell’esame clinico. Contemporaneamente stiamo lavorando ad un possibile approccio terapeutico per colpire la proteina». Averla diagnosticata è un successo, vero? «E’ così, perché – come si fa per il tumore della mammella – se si individua in tempo si può eliminare». E lo spin off quando è iniziato? «Avevamo un brevetto con l’Università, visto che su questa proteina il test non c’era. Ma la duplice lungimiranza del rettore Pasquino – adesso si può dire: siamo fuori elezioni – è stata veramente fondamentale». Perché duplice? «Ha costituito un gruppo di docenti che si interessano al trasferimento tecnologico ed ha sostenuto finanziariamente, con 100mila euro, il deposito del brevetto che è esteso negli Usa, in Canada, in Giappone, in Europa». Un primato dell’Università di Salerno, insomma. «Esattamente. Senza quell’investimento non l’avremmo mai potuto fare. Adesso che le due società di venture capital ci hanno finanziato, con 2milioni di euro, possiamo ripagare l’Università, restituendo le spese della brevettazione. I contatti con i colleghi di economia per lo spin off sono stati essenziali. E poi c’è un’altra cosa…». Dica pure. «Le cinque giovani ricercatrici che, probabilmente, in Università non avranno futuro vista la situazione che si è creata, hanno trovato lavoro invece in Biouniversa».Le prospettive del prototipo? «Venderlo o svilupparlo, in partnership, con un gruppo francese o con una azienda americana». E le aziende italiane?«Le aziende italiane non fanno ricerca.» E’ dunque possibile prevenire il tumore al pancreas? «L’obiettivo è quello di fare diagnosi precoci. Fra i tessuti normali l’unico che esprime questa proteina è il cuore, perchè la cellula del cuore è soggetta a forte stress. Stiamo studiando la possibilità che ci indichi fasi precoci dello scompenso cardiaco, in collaborazione con le  cardiologie di alcuni ospedali campani. Siamo inoltre in contatto con uno dei più importanti esperti di modelli animali per i tumori al pancreas, l’americano Tuveson, e con Aldo Scarpa di Verona, un famoso anatomopatologo di origine cilentana, che ha una banca di 500 sieri ed un’ampia casistica di pazienti; ed ancora con il Lazio, la Sardegna così la validazione scientifica è più elevata». Si può arginare la fuga dei cervelli? «Dovremmo chiederlo alla Gelmini. L’Università investe tanto: uno dei miei ragazzi, dopo il post dottorato, se ne è andato a San Diego in California e chissà se tornerà più in Italia». Cosa ci vorrebbe? «Intanto un pò di rispetto per il lavoro che fa l’Università». E nel Mezzogiorno? «Quelli che vogliono costruire qualcosa si devono mettere insieme. La politica universitaria è importante: sapendo che l’Università non è un’azienda ma è il posto dove nascono le idee, si sperimentano, si fa ricerca di base e bisogna conservare questa libertà. E poi il risultato va trasferito alle aziende».

Di Diletta Capissi  – Il Mattino

Biouniversa srl

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Montoro (AV)
Vat 04727840656
Phone. +39 089 965214
info@biouniversa.com

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